Giappone 2025
Ci si prepara per mesi, si studiano le guide, si guardano le foto degli altri. E poi si arriva lì e si capisce che non eravamo preparati per niente. Il Giappone ti smonta e ti rimonta in un modo che non riesci nemmeno a spiegare bene quando torni a casa.
Tokyo è la prima cosa che ci ha travolti. Non è solo grande, è intensa, in un modo che le città europee non ti hanno abituato a gestire. La notte a Shibuya è un'esperienza che lascia senza fiato: migliaia di persone che si incrociano nell'incrocio più famoso del mondo, ognuna nel proprio mondo, eppure tutto funziona, tutto scorre senza attriti. Stavamo lì con le macchine fotografiche in mano senza sapere da dove cominciare. Poi abbiamo smesso di ragionare e abbiamo iniziato solo a scattare — e spesso sono quelle le foto migliori, quelle rubate al caos, dove una connessione umana dura il tempo di un fotogramma.
A Miyajima abbiamo capito cosa vuol dire davvero la parola "pace". Non la pace di quando si è stanchi, quella di quando si è finalmente presenti. Il torii sull'acqua è una di quelle cose che hai visto in mille fotografie e pensi di sapere già come ti farà sentire. Non lo sai. Non puoi saperlo finché non ci sei davanti, finché la luce del tramonto non lo tinge di un arancio che sembra inventato. Lì il tempo funziona diversamente — rallenta, e tu rallenti con lui.
Il Fuji lo cercavamo con gli occhi ogni mattina. A volte c'era, a volte no. Si nascondeva tra le nuvole come se volesse ricordarci che non siamo noi a decidere quando la bellezza si mostra. Quando finalmente appariva — riflesso perfetto nel lago, cielo pulito — c'era un mezzo secondo di incredulità e poi si scattava, si scattava, si scattava, sapendo già che nessuna foto avrebbe reso davvero l'idea.
Kyoto è stata l'ultima tappa e forse quella che ci è rimasta di più. Non per le cose che abbiamo visto, ma per come ci ha fatto stare. I templi zen non impressionano con la grandiosità — disarmano con la semplicità. La foresta di bambù fa un rumore strano quando soffia il vento, un fruscio che sembra quasi musica. E Gion al mattino presto, prima che arrivino i turisti, è uno di quei posti in cui ci si sente ospiti di qualcosa che esisteva molto prima di noi e continuerà a esistere dopo.
Siamo partiti in nove, con le nostre macchine fotografiche e le nostre aspettative. Siamo tornati con migliaia di scatti — e con qualcosa di più difficile da mettere in una cartella. Una sensazione. Che certi posti non si visitano. Si attraversano, e ti lasciano un segno.
Durante l’incontro di restituzione sono state selezionate le foto più significative di ogni autore in modo da poter descrivere le bellezze di questo territorio e le tecniche fotografiche messe in atto.
Autori:
Domenico Durastante
Roberto Bettacchi
Pina Natale
Aurelio Sidoti
Teresa Urso
Carla Sogos
Francesco Vinelli
Marina Cerasoli
Laura Rutigliano



























